3 aprile 2025, Milano – Un’analisi elaborata da Nomisma per conto di Centromarca, presentata da Emanuele Di Faustino – Head of Industry and Retail di Nomisma – descrive l’importanza dello sbocco statunitense per le produzioni grocery alimentari e non food italiane.
Tra il 2023 e il 2024 l’incremento delle importazioni a valore negli Usa è stato del +16%, passando da 8,5 a 9,9 miliardi di euro. In dettaglio, l’alimentare cresce da 6,8 a 8,0 miliardi di euro mentre i prodotti per la cura della casa e della persona crescono da 1,7 a 1,9 miliardi di euro. Nel decennio 2014 – 2024 il fatturato grocery complessivo è passato da 3,8 a 9,9 miliardi di euro, pari a una crescita del +161%.
Le analisi condotte da Nomisma mostrano che nel 2024 il peso degli Stati Uniti sull’export italiano food & beverage era pari al 12% del totale, il 13% per i prodotti cura casa/persona.
Il 72% dell’export di sidro italiano (spesso usato come prodotto intermedio di lavorazione) ha come canale di sbocco primario proprio gli States. Seguono le acque minerali (con una incidenza del 41%), olio di oliva (32%), aceti (30%), liquori (26%), vini fermi/frizzanti (25%), spumanti (24%), formaggi duri/semi duri (19%), profumi/fragranze (18%), pasta (16%), trucchi/prodotti di bellezza (15%), conserve di pomodoro (7%).
Per il 54% dei consumatori statunitensi acquistare un prodotto alimentare di marca italiana è sinonimo di bontà, per il 49% di qualità delle materie prime, per 36% di sicurezza e tutela della salute. Nell’ambito dei prodotti per il personal & home care, il 53% delle persone colloca al primo posto qualità delle materie prime, il 49% sicurezza, il 32% sostenibilità ambientale.
«A fronte della crescita della domanda di prodotti italiani, gli Stati Uniti oggi sono il secondo mercato di destinazione del Made in Italy. Le conseguenze derivanti dall’introduzione dei dazi imposti dagli USA sull’export italiano saranno diversi a seconda della categoria merceologica. Del resto, il largo consumo Made in Italy comprende differenti tipologie di prodotto, che spaziano dai cosmetici e profumi alle bevande, fino a un’ampia gamma di prodotti alimentari tra i quali formaggi, olio di oliva, pasta e conserve di pomodoro. Tutti prodotti che si caratterizzano per diversi modelli di consumo, posizionamento di prezzo e target di consumatori. A questi elementi si aggiunge il rischio – per alcune produzioni – di un incremento del proliferarsi di fenomeni di italian sounding» – commenta Emanuele Di Faustino.
«Abbiamo avviato un’indagine rapida per misurare l’impatto che i dazi americani avranno sull’industria di marca e fornire dati utili in sede nazionale ed europea», annuncia Vittorio Cino, direttore generale di Centromarca. «Nel settore del largo consumo il prezzo è una componente significativa. Le conseguenze non dovrebbero essere omogenee: ogni merceologia ha specifiche dinamiche di esportazione, variabili produttive e commerciali. Per esempio, ci sono diverse elasticità della domanda alle variazioni di prezzo che i dazi potranno determinare per i consumatori. Certo la scelta statunitense crea una discontinuità senza precedenti nel mercato globale: ci vorrà tempo e un’attività diplomatica di vasta portata per recuperarla. Come industria di marca non auspichiamo rappresaglie commerciali, che inasprirebbero ulteriormente le tensioni internazionali. Facciamo nostre le considerazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando chiede una risposta europea serena, compatta e determinata. Auspichiamo che l’Unione vari un’attività di negoziazione a tutto campo per tutelare gli interessi sociali ed economici della popolazione e delle imprese»